Roma, Marzo 1889.
Ricordo bene la sua figura: la pelle quasi diafana, la bellezza già in fiore nonostante la giovane età. In particolar modo ricordo i suoi occhi, né zaffiri né smeraldi, acquemarine forse.
Un’occhiata timida di sfuggita, qualche parola scambiata senza fermarsi, biglietti clandestini scritti di corsa, erano la nostra routine quotidiana.
Un giorno ci incontrammo nel corridoio deserto, i nostri passi unico rumore insieme alla pioggia, i fulmini che disegnavano lunghe ombre sul pavimento.
Rossa di pudore mi prese per mano, mi guidò verso la finestra, casta e passionale mi baciò, tendendomi stretto, poi se ne andò, dopo un’ultima lunga occhiata.
I nostri incontri si fecero sempre meno frequenti, cambiava strada e passo all’incontrarmi, un giorno non la vidi più.
Tenni il suo fazzoletto (l’era caduto quel giorno) fintanto che odorò di lei, poi anche quel ricordo morì.
La incontrai per caso, trascorso del tempo, a Piazza di Spagna, lei era sola, io no.
«Vi ho aspettato, sapete?» dissi.
«E ora?»
«È tardi.»
Mi congedai rapido e le volsi le spalle per sempre.
«Voi!» gridò in preda ai singhiozzi, il viso forse bagnato da lacrime.

A Flavia

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