Ormai lo sapete, siamo tutti in super fibrillazione con la raccolta fondi per la conferenza sull’omofobia.

E siccome i fondi non si raccolgono da soli, bisogna che qualcuno si vesta tutto elegante, stile venditore di Bibbie/testimone di Geova, e vada in giro a suscitare compassione e aprire portafogli.
Eccomi dunque di domenica mattina in giacca, cravatta, fermacravatta e cappello (e altri capi di vestiario necessari a non offendere il comune pudore ma che non serve nominare) che decido di infilarmi in qualsiasi chiesa trovi tornando verso casa per cercare di commuovere qualche parroco.

Primo tentativo: ovviamente la chiesa su cui puntavo, sapendo che è visitata da molti americani cattolici, è completamente chiusa, sbarrata, serrata, alla faccia de “la mia casa è sipre aperta”.
No problem, mi dico, basta che attraversi la strada e c’è una chiesa sicuramente aperta (come si evince dall’anziana signora chiedente elemosine). Entro, svengo quasi per quel tripudio di barocco dorato che m’assale.
Mi inginocchio nell’ultima fila, prego che il prete non sia rimasto al Concilio di Trento e non cerchi di esorcizzarmi per la mia proposta indecente, ripeto meccanicamente il Padrenostro (in latino perché faccio il Classico) e mi faccio il segno della croce quando serve, ma alla greca, giusto per essere sicuro che non mi prenda per cattolico e non pensi voglia confessarmi (passare volantini per la grata di un confessionale è terribilmente difficile), scambio segni di pace e finalmente mi reco in sacrestia.

Mentre il prete si spoglia, il sacrestano parla con una donna che prenota una messa per dei defunti, poi mi guarda con la faccia da “ma chi … è questo” e io, sfidando la paura e la sordità dell’anziano, gli chiedo se posso avvicinare il padre. Posso.
Ora, so che su questo giornale passo come (e mi vanto di essere) lo specialista in questioni religiose, ma come cavolo potevo sapere che quella non è una parrocchia? (Col senno di poi il fatto che parte dei fedeli avesse guide di Roma in mano avrebbe dovuto significare qualcosa).

Secondo tentativo: l’officiante della chiesa barocca è stato così gentile da indicarmi come arrivare alla parrocchia, non che io ricordi più qualcosa appena messo il piede fuori, ma comunque sono grato a quell’anziano uomo che leggeva messa come fossero le istruzioni dell’Ikea e trovo la parrocchia (che, essendo basilica, era un po’ difficile non notare).
Entro e di nuovo inginocchiatoi eccetera eccetera, una ragazza di età non definibile (15-18 come la guerra?) mi sorride e mi saluta, poi sparisce.
Chiedo mentalmente perdono al Signore per aver pensato a tutti i problemi che mi avrebbe causato stare con una ragazza cattolica e seguo il nugolo di chierichetti dentro la Sacrestia.
Riesco finalmente a parlare con questo famoso parroco (lo chiameremo don Camillo) e a strappargli la promessa che forse, a Dio e ai suoi superiori piacendo, avrebbe messo la raccolta fondi sul giornale della parrocchia.
Gli chiedo come raggiungere una vicina chiesa protestante, ringrazio e torno da dove sono venuto.

La porta da cui sono entrato è chiusa. Scuotendo il capo in maniera molto espressiva torno indietro, pensando alla brutta figura che farò con don Camillo, ma non faccio nessuna brutta figura perché anche quell’altra porta è chiusa.
Mi dico: «che vuoi che sia? Ora bussi, c’è anche un campanello, ti scusi e risolvi».
Busso.
Busso.
Il campanello ha probabilmente smesso di funzionare quando hanno bombardato Roma, peccato! era molto carino con quella scritta stile Ventennio.
Busso.
Respiro affannosamente e busso di nuovo, stessero zitti almeno un po’ i bimbi dell’oratorio.
Don Camillo:«Qualcuno ha bussato?»
«Sì io, sono rimasto chiuso dentro, mi può aprire?» (tono un poco più alto di come dovrebbe essere nel corridoio di una chiesa)
Nessuna risposta, poi un inquietante silenzio.

Telefono a mia madre: «Mamma, non ridere, ma sono rimasto chiuso in una chiesa… Cerchi il numero del parroco sul loro sito? L’indirizzo è…»
Ovviamente l’unico numero che si trovi è quello del fisso. Della Sagrestia.
Basta, sono stato paziente e tutto, chiamo il 112.
«112, come posso aiutarla?»
«Salve, sì, sono rimasto chiuso in una chiesa…»
«Come scusi? In una chiesa?»
«Sì, in una chiesa»
«Le passo la polizia locale»
«Polizia locale, posso aiutarla?»
«Sono rimasto chiuso in una chiesa, nel corridoio che porta alla sagrestia»
«Facciamo qualche telefonata e le faccio sapere»
Attacca. Il telefono della sagrestia squilla.
Mia madre (che non è detective ma potrebbe esserlo) mi fa sapere che sta chiamando vari numeri trovati sul sito della parrocchia.
Mi squilla il cellulare.
«Salve, è il 113, la polizia locale ci ha passato la chiamata. è rimasto chiuso in una chiesa?»
«Sì»
«Facciamo delle telefonate e le facciamo sapere»
Attacca. Il telefono della sagrestia squilla.
Sono ormai intrappolato da 30 minuti. Ogni tanto busso a una delle due porte, oppure mi affaccio a una finestra e urlo. Sono tutti a pranzo.
Qualcun altro mi chiama: il figlio di uno, che ha le chiavi. Tutte le chiavi. Tranne quelle che servono. Mi promette che cercherà don Camillo.

Sono ormai passati 50 minuti. Mi dicono che don Camillo sta arrivando (era dall’altra parte di Roma) e che c’è una volante che lo aspetta.
Mi suona ancora una volta il telefono.
«Salve, è il 113. è ancora chiuso dentro la chiesa?»
«Sì, c’è una vostra volante qui fuori. Sta arrivando il parroco con le chiavi»
«Va bene, arrivederci»

Vengo finalmente salvato e, dopo aver dato le mie generalità a due gentilissimi poliziotti, il prete mi accompagna al posteggio dei taxi.
Vado al primo della fila, la macchina mi sibra vuota, c’è un tizio in piedi lì davanti.
«Scusi, è lei il primo?»
«No, io sono uno psicoterapeuta, il tassista è lì dentro»

Dal sito di Tassocrazia

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