Lei (Amanda) amava lo sport, lui (Antonio) stare seduto.
Lei trottava e galoppava a Villa Borghese, lui arrancava e sbuffava dietro un 360.
Lei era tutto Gatorade e energy bars, lui panini e Coca-Cola.
(«Chiasmo!», urlò lo scrivente, interrompendo la narrazione)
Lei era bella, ma forse non lo sapeva, lui non s’era mai posto il problema.
(«Ora basta antitesi, però», disse, interrompendo di nuovo il flusso)
(«Però ora non interrompo più, ommerda l’ho fatto di nuovo!»)
Comunque, avrete capito che non avevano proprio niente in comune.
Bene, ora andiamo avanti.

Amanda correva ogni giorno, correva per le scale, correva per rispondere al telefono, correva per andare in bagno, ma non correva dietro ai ragazzi.
No, non so perché, continuate a leggere e lasciatemi scrivere, vaccaboja!
Anyway, Amanda (non so se lo avete capito ma il nome è stato scelto con attenzione!) correva e correva e correva. Quindi Antonio non aveva motivo di conoscerla.
Eppure… Eppure alle volte prendi una decisione senza sapere il perché, senza pensare che potresti pentirtene o guadagnarci.
Antonio decise di portarsi un libro a Villa Borghese. Era La Desinenza in A, un libro vecchio e che nessuno avrà letto.
Amanda nel frattempo se ne andava correndo tra un albero e l’altro in mezzo al verde.
Aveva un iPod, fucsia, e ascoltava musica sulla cui qualità si potrebbe discutere a lungo.
Ora, leggere un libro seduto su una panchina colle gambe distese non è una buona idea. Né lo è correre vicino alle panchine con gente seduta sopra a leggere un libro.
Non successe niente, lei gli passò vicino, lui non la notò.
Non successe niente per i 3 mesi successivi.
Non si notarono, pur trovandosi ogni giorno a Villa Borghese a 20 centimetri l’uno dall’altra.
Non si notarono per tutti i capitoli de La Desinenza in A.
Si notarono solo quando lui finì il libro.
Lei stava passando, lui vide solo un iPod fucsia su una figura sfocata.
Era dello stesso colore dei suoi (di lui) calzini.

Visto che questa dovrebbe essere una storia di coppia, diciamo che alla fine s’incontrarono.
Adesso non mi va di scrivere come o quando. La vita non è film, la gente si conosce in modo stupido.
Ma facciamo che bevvero qualcosa insieme. E parlarono.
Ora, non avendo mai avuto una discussione di questo genere, non so proprio cosa si dissero.
Comunque, dopo un paio di bottiglie di Gatorade e lattine di Coca, stavano parlando di poesia.
«Io adoro Petrarca, so mezzo canzoniere a memoria!» disse Amanda
«Làura, gran dolore al Petrarca e gran seccatura all’Italia» citò
«Come scusa?» un sopracciglio alzato
«Niente, un libro che ho letto»

Continuarono così per un po’, nessuno dei due si chiedeva se fosse un’amicizia, nessuno dei due pensava all’amore o a quell’altra cosa che forma le coppie e che non si chiama Piacenza, perché Piacenza è una città.
Erano i due in quel momento felice dei rapporti umani in cui non si pensa a una definizione, ma si vive quello che si ha, felici di non sapere cosa pensi l’altro e che l’altro non faccia alcuna mossa in qualsivoglia direzione.
Ah, tempi forse felici al ricordo, ma che già il dubbio mina!
(«Oddio, suono Ottocentesco come “toaletta”!»)

Alla fine successe.
Amanda, nella sua atletica e attraente mancanza d’autostima, decise a un certo punto di fare qualcosa che non era da lei: dire a qualcuno di provare qualcosa, e non parlo di un «che caldo oggi, ve’?», parlo di quel provare qualcosa.
Bisogna dire che fu fortunata, se l’inizio di una gioia transitoria conta come fortuna.
Lo invitò a fare una corsa insieme, perché «ti devo dire qualcosa».
Quando la gente vuole dare una brutta notizia ti fa sedere. Amanda, pur non avendo una gran considerazione di sé, non pensava che fosse una brutta notizia.
(E, a dirla tutta, neanche Antonio lo avrebbe pensato, se avesse saputo)
Mentre Antonio si fermava a massaggiarsi una coscia, Amanda disse due parole: mi piaci. Poi altre tre: in quel senso.
Gli fece venire un crampo al cuore.

Adesso non voglio che pensiate che io sia una qualche specie di depresso che non sa finire una storia romantica in modo allegro, perché sì, Antonio muore.
Non dirò nemmeno di essere realista (certa gente pessimista preferisce chiamarsi così, altri lo sono e basta, realisti dico), perché semplicemente ho voluto scrivere una storia così.
Se volete riprendete il primo pezzo e finitelo a vostro modo.
E per dirla tutta ho scritto anche storie che finiscono in gloria (se per gloria si intende una qualche manifestazione fisica di affetto).
Capito? Bene.
FINE

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