Tim (Timothy Kurek) è un ragazzone, il tipo di ragazzone addosso a cui non vorresti versare il tuo drink in un bar affollato la sera che hai bevuto un po’ troppo. Ha un aspetto molto Americano, e se lo chiedete a me indossa solo cappelli da baseball, camicie da boscaiolo a maniche corte, pantaloncini, e scarpe sportive; probabilmente perché me lo ricordo così.
Ha la faccia da tipo perbene, con capelli marrone chiaro, e abbastanza barba da non aver bisogno di mostrare un documento in un bar americano. Il suo accento, per quanto possa dire io, è Americano standard; ovvero chiunque negli Stati Uniti potrebbe indicare esattamente dove Tim è nato, e mostrarsi stupito del fatto che io abbia pensato fosse un accento standard.

Io e la mia amica Laura l’abbiamo conosciuto un caldo giorno del 2013. Mi ero offerto di intervistarlo per il nostro giornale della scuola, e lui aveva deciso di venire a parlare di persona al Tasso, qualora avessimo raccolto i fondi necessari per comprargli albergo e aereo. Conoscendo Laura, sapevo che non era una questione di se, ma di quando. A quanto pare quando era Maggio.

Non sono sicuro di cosa Tim abbia detto a famiglia e amici parlando di Roma, ma se fossi stato al suo posto la mia prima impressione mi avrebbe traumatizzato. L’aereo già in ritardo, Tim era atterrato e s’era ritrovato in un aeroporto dove la maggior parte dello staff non parlava un Inglese intellegibile, e il suo autista non si trovava. Fortunatamente poteva chiamare Laura, e dopo una rapida consultazione, riuscimmo a trovare l’autista, e Tim poté raggiungere il suo albergo. Uno spaventoso ragazzone dalla faccia gentile e sudata scese dalla Opel e ricevette un benvenuto composto di gnocchi al pomodoro fumanti, presso un ristorante lì vicino.

Essendo americano, probabilmente Tim non pensava che avrei parlato con un accento finto-britannico tutto-tranne-che-inglese-della-regina, e penso ci sia voluto un po’ prima che capisse cosa stessi dicendo. Il miglior esempio è probabilmente questa conversazione avvenuta nello stesso ristorante in cui stava mangiando:

Io: «It’s so hot, I’m glad there’s a fan» (pronounciato faan, “Sono contento ci sia ventilatore”)
Tim: «Fun?» (“Divertimento?”, pronunciato fan)
Io: «Yes, a fan. A rotating cold air making device» (“Sì un ventilatore. Un oggetto rotante che produce aria fredda”)
Tim: «Oh, a fan!» (pronunciato feen, “Ah, un ventilatore!”)

Nonostante l’accento stereotipico (almeno per me), Tim ha completamente rivoluzionato l’idea che avevo degli Americani: senza aver finito l’università, è non soltanto uno scritture di successo (avevo letto il suo libro in anticipo), ma anche incredibilmente ferrato in storia romana e cristiana. Laura, che aveva preparato un fantastico tour di Roma, ebbe comunque la soddisfazione di vedere gli occhi di Tim riempirsi di meraviglia come quelli di un bambino di fronte al Colosseo; e io potei comunque sentirmi altezzosamente superiore quando gli dissi che l’Italia una volta aveva un re (non lo sapeva), e gli spiegai in breve la storia del Partito Socialista e perché in quanto Socialista li detesti (e sono sicuro Tim abbia apprezzato).

Le sue capacità oratorie furono messe in mostra durante le due conferenze che avevamo organizzato, una nel nostro liceo e una in una chiesa battista. Il pubblico era interessato entrambe le volte, e sentire Tim parlare di diritti LGBT* in due edifici storici di Roma rempì me (e Laura) di orgoglio.

Abbiamo avuto l’onore di conoscere Tim a fondo in quei giorni, molto meglio di come potrei dire a parole. Penso che questa esperienza ci abbia cambiato, e spero abbia cambiato un poco anche lui.

Infine se volete sentire Tim parlare (col suo accento americano a me sconosciuto), potete trovare il suo TEDx Talk su YouTube.

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