Rimembranze: Metermetismomodernista
Come avevo detto ieri, non sono ancora finite le rimembranze provenienti dall'ormai fagocitato Tasso Parlante.Il testo che se segue è fra quelli che mi hanno fatto divertire maggiormente nella fase di scrittura.
Ecco dunque, a parodia del cosiddetto Flusso di coscienza, Metermetismomodernista (Tasso Parlante, Gennaio 2009).
Ermetismo, una forma di poesia moderna, ma bella, bellissima.
Sicuramente i miei tre lettori si saranno dilettati almeno una volta con gli Ossi di Seppia, immaginato un meriggiare pallido e assorto...
Tutti gli altri mille e passa lettori si saranno divertiti a giocare col nome di questa simpatica corrente della poesia moderna, chi non ha mai parlato di emetismo?
Oggi colgo l'occasione, cari amici della letteratura, per mostrarvi un capolavoro della scrittura moderna che, ben lungi dall'essere digeribile ai comuni mortali, sta invece riscuotendo un enorme successo presso i vari club del libro, dei centrini e degli asparagi sottaceto.
Vi presento oggi, cari lettori, il metermetismomodernista, nel capolavoro inedito di Oxsi Thesepia, "Tornando da Scuola".
"Venerdì: si aprono i cancelli, fuori dalle gabbie, via!, via!,via!
Bolgia: vengo sbattuto al muro da un gregge inferocito che arranca per la timida luce, filtrata da nuvole di sposa, del mezzodì, mezzi di qua e mezzi dillà, dove vanno? chissà.
Le pecore che conosco tanto bene, le vacche, i caproni e tutti gli altri animali sociali spariscono nella nebbia urbana, meschina, nella nebbia mestrina.
Pesa, l'unico amico durante il compito di greco ora mi grava sulle spalle, fa male, come un cavatappi che cerchi di liberare il vino dal mio ventre.
Faccio per prendere l'autobus, grosso brontosauro dell'era post-industriale — a metano — e lui quasi prende me, scambio di ruoli, come in una coppia annoiata.
C'è tanta gente, non mi bagno, m'inzuppo nell'odoroso olio di queste sardine senza patente, di vario colore, nazione, ognuno coi suoi film da raccontare, pellicole che girerebbero all'infinito per circuiti oscuri, anelando per una distribuzione impossibile, finendo coll'essere archiviati come film da trasmettere un giorno in Mediaset.
M'assetto papale su un trono di plastica, pensando ai vetri, ai loro enigmi, i fondi di bottiglia nelle finestre veneziane! le ombre gotiche dei cistercensi!
Il nostro duce finisce su un dardo, fora, «Fora fora!» espettòra, tra un turpiloquio e l'altro, il nostro Cesare.
Cammino, pellegrino rosso pella fatica, che va, va verso casa con urgenza: ha un'urgenza, deve andare, lì.
Quei tre di cui sopra, o sotto — tutto è relativo, si capisce dal contesto della subordinante — oramai sono lontani, ombre come quelle che incontrò il Polimorfo, Ulisse, il Pongo, i Barbapapà, il pane e Coccoina dello spuntino di tante mezzanotti fa, quelle di uno scolaro mannaro, reo di non aver finito il collage grammatical-artistico d'Inglese.
La strada è illuminata da un astro liliaceo che diventa subitamente vermiglio, no! giallo, no! arancio, riflettendosi sugli agrumi della strada secondaria, arance amare che cadranno e marciranno, come partigiani di un secolo passato, sbagliato, malconcio, come carbonari condannati a pasta ed acqua in carceri crucche, dove la Sacher la fa da padrona.
Tra poco gli alberi non ci saranno più, le foglie sono già in lutto, le camicie verdi li trovano troppo arabi, gli indiani sono finiti nelle riserve, ai padani non accadrà! Parmigiano, no Grana.
Attraverso il ponte sull'acqua verde, pesto alla genovese in canali di scolo, un cigno morto galleggia dopo il solito stravecchio balletto russo.
Sono quasi arrivato: riconosco le porte incostanti di un mercato arabo al chiuso, ma più ordinato, dove il cellofan è capo indiscusso, al posto di quello che dovrebbe esserci ma non c'è.
La chiave è già nella toppa: un colpo di polso lesto mi separa dal pasto: pasta col pesto, mi volto un'ultima volta a guardare il mondo che ho attraversato, forse non è il migliore, quello di Candido, né quello necròlata di Nietzsche, ma è il mio mondo e mi piace.
Ultima occhiata e poi vado: nevica, tanti ossi di seppia volteggiano sulla città. Dovremo spargere un bel po' di canarini domani..."