Rimembranze: Un'atarassia felina
Prosegue la serie delle "rimembranze" l'editoriale de Il Tasso Parlante di Gennaio 2009, che spinse il vice-preside a reclutarmi per un concorso e mi fece odiare da una compagna di classe.
Quando alcuni, degli "esterni" che non possono capirne il significato, mi chiesero perché io facessi tutta questa fatica per il giornale, non sapevo cosa rispondere.
Me lo chiesi anch'io. Poi mi dimenticai d'essermelo chiesto. E oggi,mentre cercavo qualcosa da scrivere, l'ho ricordato e capito.
Avevo sempre ritenuto che ci si dovesse comportare, per quanto possibile, come i gatti. Cercavo cioè un'atarassia felina, un modo di vivere la vita felicemente, con distacco ma senza privazioni.
Mi sembrava, dunque, assai illogica questa mia nuova e repentina sfida editoriale, riempire il vuoto che si era formato nell'informazione scolastica, io, io stavo cercando di fare tutto questo? Dovevo essere impazzito.
Poi ho capito che dovevo farlo, non solo per appagare un bisogno patologico di scrivere, soddisfare le mie velleità giornalistiche, ma perché mi piaceva, e mi piace, troppo.
Ci rifletto ora che siamo arrivati al secondo numero, meta che sembrava irragiungibile fino a pochi mesi fa.
Non posso fare a meno di questa nuova eccitante, rintronante routine.
È semplicemente fantastico avere la possibilità di collaborare alla gestione di questo giornale, di un giornale che si sa essere democratico, autonomo (e speriamo non più pagato con collette, ma ancora grazie a tutti quelli che hanno contribuito).
Visto che l'editoriale non lo legge mai nessuno (neanch'io, giuro), ho deciso di affidare a questa pagina la mia gratitudine verso tutti quelli che mi hanno dato la possibilità di passare pomeriggi interi a impaginare, di girare sotto la pioggia portando 700 copie a spasso e di accorgermi troppo tardi di qualche buffo refuso.
Grazie a tutti, lettori, collaboratori e tizi che, non seguendo il mio consiglio di Novembre, hanno minacciato i nostri più sfegatati fan, che non sapevano di esserlo, con un coltellino a serramanico.
Concludo con una promessa: vi prometto che non scriverò mai più questi melensi editoriali e, onde evitare ciò, giuro solennemente che — d'ora in poi — rispetterò anch'io le scadenze.